venerdì 2 ottobre 2015

Era mio nonno...

Mio nonno era nato a Ripi nel 1920. Si chiamava Pietro e lo era di nome e di fatto, un po' per tempra naturale, quella degli uomini di altri tempi, un po' perché la vita ce lo aveva fatto diventare; le corazze te le costruisci mattone dopo mattone, così come era successo a lui: la fame, gli stenti, il lavoro estenuante nei campi, la Seconda Guerra Mondiale e la prigionia in Germania.

I tedeschi non li sopportava proprio perché lo avevano fatto patire troppo. Era umile, semplice, un contadino figlio di contadini, ma mangiare gli avanzi delle SS naziste nei piatti dove loro avevano mangiato era troppo anche per lui.
Ovunque giocassero i tedeschi - a pallone, pallanuoto, basket (e lui non ci capiva un'acca degli sport diversi dal calcio) - lui tifava la squadra avversaria. Era la sua vendetta pacifica. Quando Schumacher correva con la Ferrari per lui fu davvero dura: uno dei simboli dell'Italia, il Cavallino Rampante, nelle mani di un tedesco?

Per la gente del paese era Pietro D'Amore, il nome della "gens" a cui appartiene la mia famiglia. E tra i tanti soprannomi che in un piccolo paese si danno alle famiglie, orrendi a volte, questo mi è sempre piaciuto più degli altri.

Era un uomo di altri tempi, del suo tempo. Restò sorpreso - e un po' deluso - quando venne a sapere che in Italia per la prima volta una donna era diventata Questore!
Lo disse decine di volte a tavola: "'Na femmna Questore?"  

Due cose non sono mai riuscito a tirargli fuori dalla bocca: se in guerra avesse mai ammazzato un essere umano e se al referendum del 1946 avesse votato per la monarchia o la Repubblica. Sono sicuro che votò per la Repubblica, ma lui non me l'ha mai detto, perché il voto è segreto.

Militò nella Democrazia Cristiana, come il 90 % dei contadini ciociari, e quando la politica si è frammentata come un puzzle di migliaia di facce ed identità, di colori sbiaditi e bandiere rattoppate, ha iniziato a capirci poco. Però teneva a mente quello che per lui era essenziale: la destra mai, perché lo aveva portato in guerra; la sinistra neppure, perché se si spaccava la schiena nei campi, 12 ore al giorno quando gli andava bene, doveva pur esserci una qualche differenza tra lui e gli scansafatiche! Ah, e neppure Bossi poteva vedere, che lui chiamava "Boss", perché voleva dividere l'Italia!

Non aveva frequentato che le prime due classi della scuola elementare e aveva capito benissimo che spesso, per tante cose, "in medio stat virtus" è la forma migliore di saggezza.

Era risoluto, pragmatico, e ci teneva all'onore, suo e della famiglia. Un "uomo d'onore" mi verrebbe da dire, se non corressi il rischio di evocare tutt'altro. Non rubò mai un centesimo a nessuno, e ne vado fiero. 
Aveva un sense of humour particolare, mai sboccato o esagerato, mai scomposto, che potrei riassumere con una battuta in strettissimo dialetto ciociaro, che fece vedendo in TV l'amante del principe Carlo, Camilla. Erano le prime uscite della coppia reale, non ricordo se prima o dopo la morte di Lady Diana. Nonno era a tavola, smise di mangiare per un po', poggiò il bicchiere di acqua e vino (li mischiava sempre, lui, un produttore di vino!), e disse:

"Ci pozza dà nu colp ch'è brutta! S' l'attacc mmies alla piazza s fregan la capezza i essa la lassn alloc" (che in italiano, addolcito un po', suona così: "Ammazza che è brutta! Se la leghi in mezzo ad una piazza rubano la corda e lei la lasciano lì").

Se n'è andato all'improvviso alle 6 del mattino del 3 luglio del 2006, dopo aver mangiato, la sera prima, un po' di pizze fritte con amici e parenti. Io non ho fatto in tempo a salutarlo, perché ero fuori casa da due giorni. L'ho visto per l'ultima volta con il suo vestito elegante blu, nella bara distesa sul suo letto.
Era l'anno del mondiale in Germania, che abbiamo vinto noi. I funerali di mio nonno ci furono il giorno dopo la sua morte, ed era il giorno della semifinale, guarda un po', proprio contro la Germania. Dopo i funerali tornammo a casa esausti, la mia famiglia e quella di mia zia. Ci sintonizzammo sulla partita, a volume basso, e la guardavamo con la guancia che si reggeva sul palmo della mano e gli occhi rossi e gonfi.
Arrivammo ai supplementari e, ad essere sinceri, la partita ci aveva un po' fatto dimenticare il dolore che avevamo dentro. Non sono fatalista, né credo che le coincidenze abbiano nulla di soprannaturale, ma quello che accadde dopo qualche minuto fu davvero curioso. Mancavano pochi minuti al fischio finale, che avrebbe portato le due squadre ai rigori. Ricordo che mi estraniai per qualche secondo dalla partita e mi rivolsi a mio nonno, parlando a mente, proprio come avrei fatto se lo avessi avuto di fronte: "No' (che sta per "nonno") non mi dire che da lassù vuoi guardare la Germania che vince? E metticela una buona parola!". Fu una coincidenza, lo so, ma un secondo dopo (proprio un secondo dopo!) Fabio Grosso mise la palla in rete, e passato qualche attimo Del Piero la mise dentro una seconda volta.
Forse nonno era affaccendato in cose un po' più serie e la partita non la guardò proprio; magari stava facendo il check in di fronte a san Pietro, non lo so. Mi piace pensare, però, che quel birbante mezzo pelato e con la fodera degli occhiali sempre nel taschino della camicia quella sera i tedeschi li aveva fregati davvero.

Buona festa dei nonni a tutti.





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