martedì 26 luglio 2016

Il velo islamico che ci indigna? E' nato in Occidente, così come noi lo intendiamo

Oggi contestiamo all'Islam, tra le tante cose, l'uso del velo imposto alle donne. Ci dà fastidio, lo riteniamo un oltraggio alla dignità della donna stessa. Perché obbligarle ad indossarlo? Non se ne conosce il senso, e questa abitudine musulmana è un ulteriore pretesto per vedere gli islamici come inferiori rispetto a noi illuminati occidentali (non so se a torto o a ragione e non intendo parlarne qui).

Il libro di Paolo Ercolani, Contro le donne, Edito da Marsilio NODI, ci aiuta a capire da dove venga questa usanza del velo e quali significati esso abbia assunto nel corso dei secoli.
Se ci fermiamo un attimo a riflettere, intanto, può darsi che ci venga in mente quali donne, oltre a quelle musulmane, sono obbligate ad indossare il velo: le monache.

L'uso del velo è antichissima ed è documentato da oltre tre millenni nell'area mesopotamica ed indo-iranica. Il suo significato, sin dall'inizio, è stato vario e diversificato: poteva contrassegnare l'appartenenza ad un rango elevato oppure assumere un valore di stigma sociale.
Nel mondo classico, poi, i personaggi mitologici sono raffigurati con un velo che copre testa e spalle. In questo caso è, appunto, il simbolo del loro rango di divinità.

L'uso del velo era diffuso ai tempi di Pericle e della presunta democrazia ateniese. Ad Atene, infatti, non era consentito il voto alle donne, agli schiavi e ai meteci; in pratica, oltre il 50% della popolazione non votava (alla faccia della democrazia! Almeno delle democrazie a cui siamo per fortuna abituati). La donna non veniva affatto considerata alla stregua dell'uomo (anche se in altre poleis godeva di alcune libertà che ad Atene non le venivano concesse).

Dalla Roma Antica, dove per esempio il sacerdote (pagano) officiante - il flamen dialis - era obbligato ad indossare un copricapo, si passa al mondo cristiano.

San Paolo scrive (1 corinzi 1,3-1,7): 

“Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. 

e ancora, poco dopo:

L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. 

Nelle parole successive, l'Apostolo delle genti cerca di ammorbidire il suo principio, radicato anche in altri passi, di sottomissione della donna, ma le parole appena citate restano comunque.

Paolo Ercolani, "Contro le donne"
Il velo così come lo intendiamo è un'invenzione occidentale, nata in seno alla Chiesa Cattolica. Una delle ragioni riportate di frequente ritiene che tenere i capelli velati servisse per evitare che la chioma delle donne potesse sedurre gli uomini.

Ma c'è anche altro. La donna era considerata "porta del Diavolo", così definita da Tertulliano, cioè una creatura che attira i diavoli. Cosa c'entra però il velo che copre i capelli con la donna e con il diavolo? 
Ebbene, il demonio cornuto, così come lo raffiguriamo noi, veniva un tempo immaginato soprattutto come un volatile, in grado di aggrapparsi ai capelli. Le donne con i capelli lunghi, quindi, avrebbero potuto attirare il demonio, il quale poi si sarebbe "agganciato" alle ciocche di capelli e sarebbe stato introdotto nelle case o, peggio ancora, nei luoghi sacri.

Ecco perché le monache, ancora oggi, devono tagliare i capelli o coprirli con il velo. Non soltanto, dunque, le donne islamiche. 
A monte, perciò, c'è la considerazione della donna e come essere inferiore e come "calamita" prediletta per il maligno.

Fino al Concilio Di Trento - sempre secondo Paolo Ercolani - il matrimonio con una donna veniva considerato un atto in sé abominevole. Lo stesso matrimonio allontanava da Dio. La donna era un Instrumentum Procreationis, un semplice mezzo per mettere al mondo dei figli. Per Tommaso la colpa dell'uomo non era tanto sposare una donna, quanto amarla.

Risale a qualche anno fa - certamente ancora fino al secondo dopoguerra - la pratica per cui le donne romagnole, ma non solo, cucivano sulla loro sottana la frase "Non lo faccio per piacer mio ma per dare un figlio a Dio".

Eppure oggi il velo islamico ci disgusta parecchio e lo guardiamo con l'aria di chi pensa  che "non ci riguarda".

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